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Il
virus
dell'immunodeficienza
acquisita
HIV di Simone Della Torre
Cenni Storici Nel
1981
i
CDC
di
Atlanta
(Centers
for
Diseases
Control)
segnalarono
il
riscontro
di
alcuni
casi
di
una
rara
forma
di
polmonite,
la
PCP
(Polmonite
da
Pneumocystis
carinii),
in
omosessuali
maschi
di
Los
Angeles.
Successive
osservazioni
portarono
a
stabilire
che
queste
polmoniti
interessavano
soggetti
con
immunodepressione,
e
che
si
manifestavano
prevalentemente
in
chi
aveva
avuto
trasfusioni
di
sangue
o
comportamenti
sessuali
a
rischio.
In
tal
modo
venne
ipotizzata
la
presenza
di
un
agente
infettivo
trasmissibile. Nel luglio 1982, dato
l'incremento del numero di questi casi, le autorita' sanitarie americane
coniarono il termine di AIDS (Acquired ImmunoDeficiency Syndrome) per
questa nuova patologia. Nel maggio 1983 il gruppo di Luc Montagnier
dell'Istituto Pasteur di Parigi segnalo' l'identificazione di un Retrovirus
che poteva essere il responsabile dell'AIDS; questa scoperta fu confermata
nello stesso anno da Robert Gallo del National Cancer Institute di
Bethesda, il quale a sua volta fu in grado di isolare lo stesso virus dal
sangue di alcuni malati di AIDS. Questo virus venne inizialmente
denominato HTLV-III (Human T-Lymphocytotropic Virus tipo 3), data la sua
somiglianza con l'HTLV-I, un Retrovirus responsabile di alcune forme di
leucemia. In seguito si scopri' che questo virus aveva delle
caratteristiche biologiche diverse da quelle dei Retrovirus noti fino a
quel momento, per cui venne chiamato con il nuovo termine di HIV (Human
Immunodeficiency Virus).
Nel marzo 1985 la FDA (Food and Drug Administration)
approvo' il primo test per la determinazione degli anticorpi contro il
virus HIV, che venne immediatamente introdotto tra gli esami eseguiti per
la sorveglianza di routine dei donatori di sangue. Due anni dopo, nel
marzo 1987, venne registrato negli Stati Uniti il primo farmaco attivo
contro l'HIV, la Zidovudina (AZT). Nel 1991, dopo un
decennio dall'inizio dell'epidemia, l'OMS (Organizzazione Mondiale della
Sanita') rese noto che circa 10 milioni di persone in tutto il mondo
avevano contratto l'infezione, e che circa la meta' di queste erano gia'
decedute per AIDS. Nel 1992 furono effettuati i primi studi finalizzati a
dimostrare l'efficacia di una terapia con due farmaci, mentre nel dicembre
1995 la FDA approvo' il Saquinavir, il primo di una nuova e promettente
classe di farmaci, gli inibitori delle proteasi. Nel luglio 1996, in
occasione della 11a Conferenza Internazionale sull'AIDS tenutasi a
Vancouver, Canada, sono stati riportati i successi dei nuovi regimi di
terapia combinata con almeno tre farmaci, in grado di azzerare la
replicazione virale nel sangue nella maggior parte dei soggetti trattati,
arrestando cosi' l'evoluzione dell'infezione. L'OMS ha stimato che nel corso del 1997 circa 5,8
milioni di persone hanno contratto l'HIV (delle quali 590.000 sono
bambini) ad un ritmo di circa 16.000 nuove infezioni al giorno, e che 2,3
milioni di persone sono decedute di AIDS. Nel 1998 sempre l'OMS stima che
siano oltre 30 milioni le persone infettate dal virus, con almeno 12
milioni di deceduti dall'inizio dell'epidemia. L'entusiasmo provocato nei
Paesi Occidentali dai successi dei nuovi regimi terapeutici si scontra con
la realta' epidemiologica dell'infezione: infatti la grande maggioranza
delle persone HIV positive, circa l'85-90%, e' concentrata nei Paesi in via
di sviluppo e principalmente nell'Africa sub-Sahariana, Paesi che non
possono permettersi l'elevato costo dei farmaci indispensabili per la
terapia. L'ultima Conferenza Internazionale sull'AIDS, tenutasi a Ginevra
nel giugno scorso, il cui motto era Bridging the Gap, ha sottolineato
questi aspetti.
Virologia -
Le
origini dell'HIV La teoria che ha trovato maggiori
consensi circa l'origine dell'HIV sostiene che questo virus sia
derivato da mutazioni di un virus che colpisce alcuni scimpanza'
africani, il SIV (Scimmian Immunodeficiency Virus).
Questo virus sarebbe migrato dal serbatoio dei primati a quello
umano probabilmente con la cacciagione oppure tramite riti tribali
che comportavano il contatto con il sangue di questi animali. Il SIV
sarebbe poi mutato nell'HIV nel corso di molti anni. Tale
ipotesi e' stata recentemente confermata dal lavoro di un gruppo di
ricercatori della University of Alabama di Birmingham, presentata
alla 6a Conferenza sui Retrovirus e sulle Infezioni Opportunistiche,
tenutasi a Chicago all'inizio di febbraio 1999. L'HIV sarebbe quindi verosimilmente esistito per lungo tempo in
piccole comunita' tribali dell'Africa. L'urbanizzazione, soprattutto
durante il colonialismo, ha portato a grandi spostamenti di persone
e all'acquisizione di costumi piu' liberi, con conseguente aumento
degli scambi sessuali, dovuti anche alla prostituzione. Questi
movimenti hanno favorito la diffusione dell'HIV, creando cosi' una
"base" di individui infetti, sufficiente alla futura espansione
dell'infezione. In seguito, vari fattori quali i contatti con
l'Occidente, l'uso di siringhe ipodermiche non sterili per le
campagne di vaccinazione, l'impiego di emotrasfusioni nei casi di
malaria, hanno favorito la diffusione dell'HIV. Nell'Occidente,
libertà sessuale e tossicodipendenza hanno poi originato l'epidemia
che abbiamo conosciuto negli anni '80 e '90. Un recente articolo pubblicato sulla rivista Nature
dal gruppo di David Ho (direttore del Aaron Diamond AIDS Research
Center di New York), ha riportato la scoperta di tracce del genoma
dell'HIV in un campione di sangue del 1959, appartenente ad un uomo
vissuto a Kinshasa (Congo) . Se confermato, questo dato sarebbe la
testimonianza del primo caso di infezione da HIV accertato,
dimostrando quindi la circolazione del virus da circa 40 anni.
Caratteristiche del virus
L'HIV
è un virus con genoma ad RNA appartenente alla famiglia dei Retrovirus,
genere Lentivirus. Attualmente se ne conoscono due tipi: HIV-1, diffuso
in tutto il mondo (quello che abitualmente conosciamo) e HIV-2, presente
solo in alcuni Paesi africani e meno virulento del tipo 1.
Il virus e' composto da una parte centrale, il core, e da un involucro
fosfolipidico esterno di rivestimento, l'envelope. Nell'envelope sono
presenti due glicoproteine denominate gp120 e gp41, importanti per i
meccanismi che permettono al virus di legarsi alle cellule bersaglio.
All'interno del core si trovano invece l'RNA genomico, proteine del
nucleocapside (p24 e p15) ed enzimi fondamentali per i processi di
replicazione virale, quali la transcriptasi inversa (p51), l'integrasi
(p32) e la proteasi (p11). L'RNA contiene tre geni principali che
codificano la sintesi di importanti componenti strutturali e
funzionali del virus:
- 1)
env: codifica la produzione della glicoproteina gp160, la quale poi
si scinde a formare la glicoproteina di superficie gp120 e la
glicoproteina transmembrana gp41, entrambi costituenti dell'envelope;
- 2)
pol: codifica la sintesi degli enzimi transcriptasi inversa,
integrasi e proteasi;
- 3)
gag: codifica la sintesi della proteina nucleocapsidica p24. Sono poi presenti altri geni (tat, nef, rev, ecc.) che sono
responsabili della regolazioni delle diverse fasi del ciclo vitale del
virus.
Replicazione dell'HIV
L'HIV,
come
tutti
i
Retrovirus,
è
incapace
di
replicarsi
al
di
fuori
di
una
cellula;
il
ciclo replicativo
del
virus
viene
solitamente
suddiviso
in
varie
fasi:
-
Adesione: per poter penetrare nella cellula bersaglio l'HIV deve prima di
tutto legarsi ad essa; il virus si può legare a cellule che abbiano
sulla loro superficie uno specifico recettore, denominato CD4, al
quale aderisce tramite la glicoproteina di superficie gp120.
Recentemente sono stati identificati anche dei co-recettori
necessari al virus per penetrare nella cellula bersaglio; il
principale di questi co-recettori e' stato denominato CCR5. Si e'
visto che persone affette da una difetto genetico di questo
corecettore sono in grado di resistere all'infezione.
- Uncoating: una volta penetrato nella cellula, il virus perde il proprio
rivestimento esterno (l'envelope) in un processo chiamato uncoating
(svestimento); in questo modo si libera la parte centrale del virus
che contiene il genoma. Puo' cosi' avere inizio il processo di
replicazione vera e propria.
- Trascrizione: nel citoplasma della cellula ha luogo questa fase durante la quale
uno specifico enzima dell'HIV, la transcriptasi inversa, costruisce
una molecola di DNA a doppia catena esattamente identica all'RNA
originale del virus; il DNA cosi' formato prende il nome di Provirus.
Questo processo avviene nelle prime ore successive all'infezione
della cellula.
- Integrazione: il Provirus viene quindi trasportato nel nucleo della cellula. In
questa sede, grazie all'intervento di un altro enzima virale,
l'integrasi, viene inserito nel genoma cellulare, dove rimane per
tutta la vita della cellula stessa. A questo punto l'HIV sotto forma
di Provirus puo' rimanere in fase di latenza anche per lunghi periodi
di tempo, duplicandosi solo con la replicazione della cellula
stessa. Ad un certo momento pero' il virus puo' attivarsi: in questo
caso il DNA virale "ordina" alla cellula la produzione di propri
componenti, quali le proteine strutturali, gli enzimi e l'RNA
genomico.
- Assemblaggio: i componenti virali neoprodotti vengono trasportati alla periferia
della cellula, dove vengono assemblati tra loro dando origine ad una
nuova particella virale (virione). Le particelle virali cosi'
formatesi possono poi fuoriuscire dalla cellula per gemmazione ,
oppure essere liberate all'esterno in seguito alla morte della
cellula.
- Maturazione: i virioni appena usciti sono ancora immaturi, cioe' incapaci di infettare altre cellule. Interviene in questa fase un importante enzima virale, la proteasi,
che permette la trasformazione della particella virale nella
forma matura. Solo a questo punto la nuova particella di HIV e'
in grado di propagare l'infezione ad altre cellule.
Patogenesi - Meccanismo
di infezione Le probabilità che
dopo l'ingresso del virus nell'organismo l'infezione si instauri
effettivamente dipende principalmente da due fattori: la carica
infettante, cioe' il numero di particelle virali penetrate (piu' la carica virale e' alta maggiore e' il rischio di infezione), ed il numero di cellule recettive (cioe' suscettibili di essere infettate) presenti nella sede di ingresso del virus .
Come detto in precedenza, l'HIV e' in grado di infettare le cellule che presentano sulla loro superficie il recettore CD4; molti tipi di cellule dell'organismo umano possiedono questo recettore, tuttavia il bersaglio principale del virus e' rappresentato dal linfocita T Helper (o linfocita CD4+).
E' stato inoltre dimostrato che l'HIV, per poter penetrare in una cellula, oltre al recettore CD4 necessita anche della presenza di altre strutture sulla superficie cellulare, denominate corecettori, il principale dei quali e' denominato CCR5 . questi sono dei recettori per delle sostanze denominate chemochine, normalmente prodotte da alcune cellule del sistema immunitario.
Alcuni studi recenti hanno dimostrato che persone con
un difetto genetico omozigote (completo) per il quale non viene prodotto
il recettore CCR5 sono resistenti all'infezione, e che persone con un
difetto eterozigote (parziale) possono essere infettate dall'HIV ma
hanno una progressione molto lenta dell'infezione.
Il linfocita CD4 costituisce il cardine principale di tutto il sistema immunitario, essendo in grado di regolare, come un direttore d'orchestra, l'attivita' di tutte le altre cellule responsabili della difesa immunitaria dell'organismo. Altre cellule che possono essere infettate dal virus sono i monociti, un tipo di globuli bianchi, ed i macrofagi, cellule di difesa presenti nei tessuti. Una volta che l'infezione si e' stabilita, il virus entra nel torrente circolatorio e dalla sede di ingresso si diffonde a tutto l'organismo, localizzandosi principalmente negli organi e nei tessuti maggiormente popolati da cellule recettive, quali linfonodi, milza, fegato e midollo osseo (organi del sistema emo-linfopoietico). In queste sedi il virus e' in grado di stabilirsi e di rimanervi a lungo in fase di latenza, oppure di replicarsi in modo continuo; i linfonodi in particolare rappresentano una delle principali sedi di replicazione dell'HIV durante la fase di latenza clinica.
Nel corso
dell'infezione si stabiliscono quindi due diversi "compartimenti
virologici" , tra i quali vi è però
una comunicazione continua:
-
-compartimento attivo, costituito dal virus libero nel sangue e da quello contenuto nei linfociti e monociti, dove il virus
è attivamente replicativo ed e' in grado di provocare danno al sistema immunitario;
- -compartimento di latenza
(reservoirs), costituito da virus che non si replica attivamente, ma che resta in fase latente in alcuni distretti dell'organismo.
Questi compartimenti di riserva sono principalmente rappresentati da alcuni organi, quali cervello e gonadi (dove ci sono barriere anatomiche che impediscono la libera circolazione delle cellule e dei farmaci, permettendo così
la creazione di condizioni particolarmente favorevoli per la persistenza
del virus), e da alcuni compartimenti cellulari:
- 1- le cellule follicolari dendritiche dei linfonodi (FDC), che sono in grado di trattenere sulla loro superficie esterna particelle virali che si possono mantenere infettive per lungo tempo. Queste cellule hanno comunque una emivita di circa due settimane, e quindi abbastanza breve (12 r).
2- i macrofagi infettati, i quali non vengono uccisi dal virus, il quale può pertanto continuare a replicarsi. L'emivita dei macrofagi in soggetti non infetti e' di circa 15 giorni.
3- i T linfociti CD4+ di memoria, che costituiscono probabilmente il più importante dei compartimenti cellulari di riserva. In queste cellule latenti il virus non e' in grado di replicarsi, ma resta sempre presente con una copia del proprio genoma integrato nel DNA della cellula. I linfociti CD4+ di memoria hanno una vita molto lunga, dato che la loro funzione biologica e' proprio quella di garantire all'organismo una protezione immunitaria nei confronti di antigeni incontrati in precedenza; queste cellule, quando nel corso della loro vita incontrano l'antigene per il quale sono "programmate", ritornano alla fase attiva, durante la quale possono permettere al virus di replicarsi. In seguito, dopo diversi cicli di replicazione, molte di queste cellule andranno incontro a morte, mentre altre ritorneranno alla fase di latenza, contribuendo così al mantenimento di una stabile riserva virale. Questo serbatoio virale sarebbe quindi il principale responsabile della persistenza dell'infezione anche in corso di una efficace terapia antiretrovirale, rappresentando in questo modo il più importante ostacolo alla eradicazione dell'infezione.
Trasmissione L'HIV
e' stato isolato in tutti i tessuti e liquidi biologici di un soggetto
sieropositivo . Tuttavia la semplice presenza del virus in un materiale
biologico non significa che il contatto con quello stesso materiale
rappresenti un evento efficace per la trasmissione dell'infezione. Perche' cio' avvenga e'
infatti importante che si verifichino due condizioni :
- una idonea via di trasmissione
- una adeguata quantita' di virus
Una quantita' di virus (carica virale) sufficiente a trasmettere
l'infezione si puo' ritrovare solo in determinati liquidi biologici,
quali sangue, liquido seminale, secreto vaginale e, in percentuale
inferiore, nel latte materno . Altri materiali sono considerati a
rischio solo se contaminati da sangue, in quanto la concentrazione
di HIV e' troppo bassa perche' la trasmissione possa avvenire.
Un soggetto che ha contratto l'infezione in un modo, per esempio tramite contatto con sangue infetto, puo' trasmetterla per altra via, per esempio mediante un rapporto sessuale.
Trasmissione sessuale La trasmissione sessuale dell'HIV rappresenta la modalità di contagio prevalente nel mondo, ed e' il fattore maggiormente responsabile della rapida espansione dell'epidemia in Paesi asiatici quali l'India e la Tailandia. La trasmissione puo' avvenire per contatto sia omosessuale che eterosessuale, ed in quest'ultimo caso e' piu' frequente da uomo a donna che non da donna a uomo . E' comunque difficile stabilire con certezza la percentuale di rischio di contagio in seguito ad un rapporto sessuale; infatti ci sono persone che si sono contagiate dopo un singolo rapporto, mentre altre non hanno contratto l'infezione anche dopo anni di rapporti con un partner sieropositivo. Ci sono infatti molti fattori che influenzano la possibilita' che si verifichi effettivamente la trasmissione del virus:
Fattori comportamentali:
- - Numero di partners diversi
- - Rapporti con persone ad alto rischio (prostitute, tossicodipendenti)
- - Utilizzo del profilattico
- - Tipo di rapporto
- - Condizioni psichiche: l'utilizzo di droghe o alcolici può infatti
compromettere la capacità di giudizio, e quindi la consapevolezza di
utilizzare adeguati strumenti di prevenzione in caso di rapporti a
rischio.
Concomitante presenza di malattie
sessualmente trasmesse:
- - la presenza di altre malattie che interessano gli organi genitali, quali
per esempio Condilomi, Herpes, lesioni ulcerative, ecc., favoriscono la
trasmissione dell'HIV, per diversi motivi:
- - le lesioni sulla cute e sulle mucose costituiscono una comoda porta
d'ingresso per il virus;
- - nelle zone
infiammate c'è una elevata concentrazione di cellule
bersaglio del virus, quali linfociti, monociti e macrofagi, per cui il
virus trova subito un terreno ideale per la sua moltiplicazione;
- i soggetti sieropositivi sono maggiormente infettanti, in quanto nelle
loro secrezioni sono presenti un maggior numero di particelle virali. Fattori legati al singolo individuo:
- Infettività: non tutti i soggetti sieropositivi sono infettanti
allo stesso modo; la possibilità di trasmettere l'infezione infatti
dipende anche dallo stadio dell'infezione e dalla quantità di virus
presente nel sangue e nelle secrezioni. In particolare la carica
virale e' solitamente più elevata nel periodo immediatamente
successivo al contagio e nelle fasi piu' avanzate della malattia.
L'infettività può inoltre variare in relazione alla terapia
antiretrovirale.
- Resistenza all'infezione: per particolari caratteristiche
genetiche e immunologiche alcuni individui sono particolarmente
resistenti all'infezione, per cui non si contagiano anche se vengono
esposti al virus (ciò è stato osservato per individui che possiedono
variazioni genetiche di particolari corecettori necessari all'HIV
per poter infettare le cellule).
Fattori legati al virus:
- - Carica virale: come detto prima, dipende essenzialmente dallo
stadio dell'infezione e dalla terapia.
- - Genotipo virale: sono noti 17 genotipi diversi di HIV, e vari
studi hanno dimostrato che alcuni di questi hanno una più elevata
trasmissibilita' per via sessuale, come per esempio il genotipo E,
particolarmente diffuso in Tailandia. NB: Questi fattori però non possono essere conosciuti a priori, per cui bisogna sempre considerare che puo'
bastare anche un solo rapporto per contrarre l'infezione.
rasmissione con il sangue L'HIV può essere trasmesso tramite trasfusione di sangue infetto o
di emocomponenti preparati con sangue di una persona infetta.
Infezioni secondarie ad emotrasfusioni erano descritte soprattutto
prima del 1985, anno in cui si e' reso disponibile il test per lo
screening dei donatori. In seguito le segnalazioni di infezioni
secondarie a trasfusione di sangue sono divenute sempre più rare; a
ciò hanno contribuito diversi fattori, quali lo screening dei
donatori, la ripetizione del test su tutte le unità di sangue
prelevate, l'abolizione dei donatori professionali e l'educazione
sanitaria dei donatori, in modo che questi evitino volontariamente
la donazione se hanno avuto dei comportamenti a rischio.
Recentemente (luglio 1999) in Australia e' stato riportato un caso di
infezione da HIV avvenuto tramite emotrasfusione, il primo dal 1985;
il sangue proveniva da una donatrice che aveva donato il sangue
durante il periodo finestra. Attualmente la Croce Rossa
Internazionale stima che il rischio che avvenga un contagio con
queste modalità sia di 1 caso ogni 1.200.000 trasfusioni, mentre nel
1995 i CDC di Atlanta riportavano un rischio di 1 ogni 500.000
trasfusioni.
Trasmissione parenterale La via parenterale e' il modo più facile
che ha il virus per poter essere trasmesso da un individuo
all'altro; l'efficienza della trasmissione parenterale può infatti
arrivare fino al 90%. Ciò è dovuto al fatto che il virus, arrivando
direttamente nel torrente circolatorio, trova subito moltissime
cellule bersaglio, rappresentate essenzialmente dalle cellule
mononucleate (linfociti e monociti).
Il fattore di rischio principale per la trasmissione parenterale
dell'HIV è rappresentato senza dubbio dalla tossicodipendenza.
Questa modalità di contagio è quella prevalente in Italia e in tutta
l'Europa Occidentale . In Italia, soprattutto nelle grandi città del
Nord, sono state descritte percentuali di sieropositività tra i
tossicodipendenti di oltre il 60%. La trasmissione del virus tra i
tossicodipendenti avviene principalmente tramite la contaminazione
con sangue infetto di aghi e altri oggetti utilizzati per la
preparazione della droga, i quali vengono spesso riutilizzati più
volte e scambiati tra persone diverse. Uno studio condotto nel 1992,
basato sull'impiego di un modello matematico costruito analizzando
la presenza di HIV nel sangue residuo di siringhe utilizzate da
tossicodipendenti sieropositivi, ha stimato in 1 ogni 150 iniezioni
il rischio di contagio.
Anche altre pratiche, come i tatuaggi ed il body piercing, sono a
rischio per la trasmissione dell'HIV; infatti tali manovre vengono
spesso eseguite da personale inesperto che ignora le corrette
procedure di sterilizzazione degli aghi. Qualsiasi oggetto che
superi l'integrità della barriera cutanea può essere infatti in
grado di trasmettere infezioni quali l'HIV ed i virus dell'epatite,
per cui tutti questi oggetti devono sempre essere adeguatamente
sterilizzati.
Esposizione accidentale
L'HIV è un virus poco resistente
all'ambiente esterno, anche se in condizioni favorevoli può
sopravvivere anche per due o tre giorni. L'essiccamento provoca una
riduzione della carica virale di oltre il 90% in poche ore. In caso
di ferita accidentale con materiale contaminato, perchè avvenga
effettivamente il contagio sono importanti vari fattori:
- - Carica virale nel sangue residuo;
- Tipo di strumento con il quale avviene la contaminazione (per
esempio una puntura con un ago cavo è più pericolosa della lesione
con un ago pieno, in quanto il residuo di sangue e' maggiore nel
primo caso);
- Durata del contatto e profondità della lesione;
- Lesioni preesistenti dell'operatore e suo stato immunitario.
Complessivamente, dopo una esposizione accidentale con sangue
contaminato il rischio di contrarre l'infezione e' di circa lo
0,2-0,3%
Trasmissione verticale L'HIV può essere trasmesso da madre al figlio.
Questo può avvenire essenzialmente tramite tre modalità:
- - durante la gravidanza attraverso la placenta (20-40%)
- durante il parto (40-70%)
- tramite l'allattamento (10-20%)
Per ridurre il rischio di infezione del neonato alle donne
sieropositive viene solitamente praticato il parto cesareo e viene
consigliato di non allattare. Complessivamente il rischio che il neonato resti contagiato e' di
circa il 15-25%, ma questa percentuale e' stata notevolmente ridotta
(fino a meno del 5%) con l'utilizzo di profilassi farmacologica
durante la gravidanza e dopo il parto.
Il rischio di trasmissione dell'infezione varia poi in base ad altri
fattori legati alla madre, quali le condizioni cliniche generali, il
livello di viremia, il numero di CD4+, la concomitante presenza di
altre malattie sessualmente trasmesse.
I bambini nati da madri sieropositive nascono anch'essi sieropositivi, in quanto gli anticorpi materni che identificano la sieropositivita' passano nel sangue del neonato durante la gravidanza. Poi, se il bambino non ha contratto l'infezione, questi anticorpi materni pian piano vengono smaltiti, per cui il bambino "diventa" sieronegativo. Se invece il bimbo ha contratto l'infezione, allora inizia a produrre anticorpi propri e quindi "resta" sieropositivo. Altra conferma della avvenuta infezione si puo' avere con la determinazione della carica virale (HIV-RNA).
Quadri
clinici dell'infezione da HIV Il decorso dell'infezione da HIV e' caratterizzato da diverse fasi cliniche, la cui evoluzione e' molto variabile potendo essere influenzata da svariati fattori, primo fra tutti l'impiego di una adeguata terapia antiretrovirale. Schematicamente si distinguono 5 stadi clinici, partendo dal momento del contagio fino allo sviluppo della malattia conclamata, cioe' l'AIDS.
Infezione acuta primaria Viene cosi' definita la fase iniziale
dell'infezione, rappresentata dal periodo immediatamente successivo al
contagio. Nelle prime settimane di infezione gli anticorpi specifici
contro l'HIV non si sono ancora formati, per cui il test per la
diagnosi di sieropositivita' risulta negativo. Nei casi di avvenuto
contagio solitamente il test diventa positivo dopo 2-3 mesi, ma cio'
puo' accadere anche piu' tardivamente, per cui di solito il test viene
ripetuto anche a distanza di almeno 6 mesi dall'evento a rischio.
L'intervallo di tempo che va dal contagio alla positivizzazione del
test viene definito "periodo finestra" , mentre la comparsa degli
anticorpi viene definita sieroconversione.
In questo periodo si osserva una elevata replicazione virale, che man
mano si riduce in seguito alla attivazione di una specifica risposta
immunitaria; per tale motivo in questa fase il soggetto risulta
particolarmente infettante. Recenti studi hanno dimostrato come durante questa fase, fin dai primi
giorni o addirittura dalle prime ore successive all'infezione, avviene
una "lotta" tra il virus ed il sistema immunitario, il cui esito andra'
ad influenzare la successiva evoluzione della malattia.L'infezione acuta decorre molto spesso in modo del tutto asintomatico,
mentre a volte si puo' manifestare con un quadro clinico aspecifico che
insorge circa 3-6 settimane dopo il contagio. In questo caso i sintomi
possono essere simili a quelli di una sindrome influenzale o a quelli
della mononucleosi (malattia infettiva benigna provocata dal virus di
Epstein-Barr): febbre, mal di gola, malessere generale, stanchezza,
sudorazioni, ingrossamento delle ghiandole linfatiche ; a volte vi puo'
essere anche un esantema tipo orticarioide. Piu' raramente, in alcuni
pazienti si possono presentare dei quadri clinici piu' importanti, come
per esempio una meningite a liquor limpido o manifestazioni quali la
candidosi orale.
Infezione asintomatica L'infezione da HIV e' caratterizzata da un
lungo periodo di latenza clinica, durante il quale non si ha alcun
sintomo o segno di malattia. Durante questa fase la replicazione del
virus nelle cellule del sangue e' assente o molto bassa, mentre invece
si mantiene sempre attiva a livello delle ghiandole linfonodali. Non
si ha quindi una latenza biologica dell'infezione; infatti la
persistenza di replicazione negli organi linfoidi provoca una lenta ma
graduale perdita di linfociti CD4+: ogni giorno circa il 5%
dell'intero comparto dei CD4+ viene distrutto dal virus, ma per lungo
tempo le cellule eliminate vengono rimpiazzate pressochè
integralmente. Una persona sieropositiva in questa fase non può
certamente essere riconosciute come tale in base all'aspetto, come
rappresentato da un poster di una campagna pubblicitaria, e se non è
a conoscenza del proprio stato può inconsapevolmente trasmettere
l'infezione ad altri.
La durata di questa fase e' molto variabile, e può essere influenzata
da vari fattori, tra i quali soprattutto l'impiego di una terapia
antiretrovirale. In assenza di trattamento la maggior parte dei
pazienti evolve verso la malattia in un periodo medio di circa 8-10
anni; una quota minore ha una evoluzione piu' rapida, in circa 4-6
anni, mentre un 10-12% circa di soggetti sieropositivi hanno la
tendenza a non ammalarsi anche dopo 12 anni e oltre di infezione;
questi ultimi vengono definiti long term non-progressors . La
spiegazione di questa lenta progressione potrebbe essere attribuita a
fattori genetici che influenzano la capacita' del sistema immunitario
di contrastare l'infezione virale.
Lo sviluppo di una sintomatologia clinica evolve parallelamente alla
compromissione delle difese immunitarie, evidenziate dal calo dei
linfociti CD4+, e all'aumento della replicazione virale. L'andamento
di questi valori influenza in modo determinante il rischio di
progressione dell'infezione.
Linfoadenopatia Generalizzata
Persistente (PGL o LAS) Questa fase in realtà spesso non
è differenziabile da un punto di vista clinico rispetto alla precedente, e non rappresenta un fattore di rischio particolare per lo sviluppo della malattia. Infatti non vi sono particolari sintomi clinici, ed il dato principale
è rappresentato dall'ingrossamento dei linfonodi, che dal punto di vista strutturale presentano una alterazione della propria struttura istologica.
Complesso AIDS-correlato (ARC) Questa fase, la cui definizione viene
descritta da un punto di vista clinico ma non viene solitamente
utilizzata nella pratica clinica, è caratterizzata da vari sintomi
clinici e da determinate alterazioni degli esami di laboratorio,
Identificano il quadro di ARC anche alcune cosiddette infezioni
opportunistiche minori, quali:
- - Candidosi orale o oro-faringea
- Leucoplachia orale villosa
- Herpes-Zoster multidermatomerico
- Condilomatosi genitale
La fase di ARC solitamente precede la fase della malattia conclamata.
AIDS
Col progredire del danno al sistema
immunitario, evidenziato dalla marcata riduzione dei linfociti CD4+,
l'organismo viene esposto al rischio di sviluppare determinate
patologie, di tipo infettivo e neoplastico, definite opportunistiche.
Le infezioni opportunistiche sono provocate da microrganismi
abitualmente presenti nell'ambiente, che non sono patogeni per
soggetti con integrità delle difese immunitarie ma che possono
provocare malattie anche gravi in pazienti che abbiano una situazione
di immunodeficienza. Si considera che il rischio di sviluppare queste
infezioni sia presente quando i linfociti CD4+ sono inferiori ai 200/mmc,
mentre e' molto elevato per valori inferiori a 100/mmc.
La fase di malattia conclamata, definita con il termine di AIDS
(Sindrome da ImmunoDeficienza Acquisita), inizia proprio quando
compare una di queste patologie.
Prima della disponibilità dei nuovi farmaci antiretrovirali (quindi
prima del 1996 in Italia) la sopravvivenza media di un paziente
sieropositivo dal momento della diagnosi di AIDS era di circa 10-12
mesi. Negli ultimi anni invece, grazie alle nuove possibilità
terapeutiche la prognosi è radicalmente cambiata, con un miglioramento
oltre che della durata anche della qualità della vita.
Risposta immune nei confronti
dell'HIV In genere i virus, quando infettano un
organismo, inducono una intensa risposta da parte del sistema
immunitario, soprattutto dell'immunità cellulo-mediata, espletata
prevalentemente dai linfociti killer, in grado di distruggere
direttamente le cellule infette, e dai linfociti T-helper CD4+, in
grado di produrre varie sostanze (citochine) dotate di attività
antivirale o che hanno la capacita' di stimolare altre cellule,
come per esempio i linfociti B, i quali a loro volta producono gli
anticorpi.
L'HIV induce una risposta immune basata principalmente sulla
attività dei linfociti CD4+; questa può essere indirizzata in due
modi differenti, a secondo della sottoclasse di T-helper che viene
maggiormente stimolata:
-
- risposta T-helper 1 (Th1): inducono prevalentemente l'immunità cellulo-mediata. Vengono attivati alcuni linfociti citotossici
(linfociti CD8) in grado di bloccare in modo abbastanza efficace
le cellule infettate dal virus; in questo caso l'infezione viene
contrastata meglio e l'infezione progredisce più lentamente verso
la fase di malattia;
- risposta T-helper 2 (Th2): inducono prevalentemente l'immunità
umorale. Viene ridotta la produzione di linfociti CD8 mentre
aumenta la produzione di anticorpi; questo tipo di risposta non e'
in grado di contrastare efficacemente la replicazione virale, per
cui la progressione dell'infezione avviene in modo più rapido.
Si pensa quindi
che lo sviluppo della malattia sia provocato da un progressivo
passaggio dalla risposta Th1 alla risposta Th2.
Variabilità
genetica L'HIV ha la capacità di andare facilmente incontro a variazioni della propria struttura genetica (mutazioni), che si verificano soprattutto in seguito ad errori di "copiatura" da parte della transcriptasi inversa. Queste mutazioni provocano l'insorgenza di ceppi varianti, che aiutano il virus a non essere riconosciuto, e quindi non adeguatamente combattuto, dal sistema immunitario. Le mutazioni sono inoltre responsabili dell'insorgenza di resistenza ai farmaci in corso di terapia antivirale.
Immunodeficienza
-
Durante tutto
il periodo di infezione c'e' una continua ed incessante
lotta tra il virus ed il sistema immunitario. L'HIV con
l'andar del tempo e' in grado di produrre un danno
progressivo al sistema immunitario, che alla fine non e'
piu' in grado di svolgere efficacemente le proprie
funzioni. Si verifica cosi' una situazione di
immunodeficienza, in seguito alla quale un individuo
puo' essere infettato da microrganismi che sono
solitamente innocui per chi ha una normale funzione
immunitaria (infezioni opportunistiche).
La teoria
finora ritenuta piu' valida per spiegare come l'HIV
provoca il deficit immunitario e' probabilmente quella
ipotizzata dal Dott. David Ho. In termini semplici, Ho
paragona la riduzione dei linfociti T al calo del
livello di acqua in una vasca nella quale il deflusso
dallo scarico sia piu' veloce dell'afflusso di nuova
acqua dal rubinetto. In pratica Ho sostiene che i
linfociti T vengano infettati e distrutti dall'HIV piu'
velocemente di quanto il sistema immunitario sia in
grado di produrne di nuovi.
Studi piu' recenti sembrano pero' dimostrare che questo
meccanismo da solo non sia sufficiente a spiegare il
severo grado di immunodeficit che si verifica nei
soggetti con infezione da HIV nelle fasi piu' avanzate
della malattia.
-
Ricercatori della University of
California hanno utilizzato una nuova tecnica di
biologia molecolare per studiare in vivo la dinamica
della produzione e della distribuzione dei T linfociti
in pazienti HIV positivi, confrontando i risultati
ottenuti con quelli riscontrati in volontari sani . La
teoria che ne e' emersa afferma che la causa principale
dello sviluppo dell'immunodeficienza non e' tanto la
distruzione delle cellule T esistenti (anche se questo
comunque avviene), ma piuttosto la conseguenza della
incapacita' da parte del sistema immunitario di produrre
nuove cellule ad un ritmo adeguato. Per usare il
paragone del Dr. Ho, il livello dell'acqua nella vasca
diminuisce non tanto percha' aumenta la velocita' dello
scarico, ma soprattutto perche' si riduce la quantita'
di acqua che affluisce dal rubinetto.
Ci sarebbe quindi un qualche fattore che impedisce la
produzione di nuove cellule in quantita' adeguata. Gli
Autori ipotizzano che cio' possa dipendere
prevalentemente da un danno a carico degli organi dove
ha sede la produzione dei T linfociti, e cioe' il
midollo osseo ed il timo.
Diagnosi
- Per
l'identificazione dell'infezione da HIV sono disponibili
varie metodiche, basate sulla identificazione degli
anticorpi prodotti dal sistema immunitario contro l'HIV
(metodiche sierologiche) oppure sulla ricerca di
antigeni e molecole del virus stesso (metodiche
virologiche).
Ai fini della diagnosi di infezione attualmente vengono
utilizzati il test ELISA ed il test Western-Blot:
Test Immunoenzimatico (ELISA)
- E' la
metodica utilizzata per il test di screening, in quanto
di facile esecuzione e di costo limitato. Questo test
ricerca gli anticorpi prodotti contro alcuni antigeni
virali, in particolare gp 41 e gp120, che dopo una prima
infezione restano nell'organismo per tutta la vita. Il
test ha una sensibilita' di oltre il 95%, ma in alcuni
casi si possono avere delle risposte errate:
- falsi positivi: il test risulta positivo in assenza di
infezione. Puo' succedere in persone con malattie che
alterano la funzione del sistema immunitario portando
alla produzione di anticorpi anomali (es: leucemie,
linfomi, malattie autoimmuni, gravi epatopatie, ecc.);
- falsi negativi: il test risulta negativo anche se
l'infezione e' presente. Puo' succedere in persone che
si sono infettate molto recentemente, ma nelle quali non
si sono ancora formati gli anticorpi che reagiscono con
il test; questo avviene solitamente nelle prime
settimane (o mesi) dopo il contagio, e questo intervallo
di tempo prende il nome di periodo finestra (vedi Quadri
clinici).
Per questi motivi un test negativo va sempre ripetuto
fino ad almeno 6 mesi dopo un evento a rischio di
contagio, ed un test positivo richiede sempre
l'esecuzione di un altro test di conferma.
Western Blot (WB)
- E' un
test dotato di maggiore specificita' e sensibilita',
utilizzato per confermare la positivita' di un test
ELISA. Questa metodica permette di evidenziare la
presenza di anticorpi diretti contro le maggiori
proteine virali: il test viene definito positivo quando
sono presenti almeno 2 degli anticorpi principali; se il
test risulta dubbio o indeterminato va ripetuto dopo
alcuni mesi. Nella e' schematizzato l'algoritmo
diagnostico impiegato per la diagnosi di infezione da
HIV.
- Vi sono poi metodiche
basate sulla ricerca di antigeni o componenti virali,
che vengono solitamente utilizzate non a fini
diagnostici ma per il monitoraggio dell'andamento
dell'infezione, in particolare in corso di terapia
antiretrovirale:
Antigenemia p24
La proteina p24 e' un antigene del core virale, e
la sua presenza nel sangue indica uno stato di attiva
replicazione del virus. La positivita' dell'antigenemia
p24 e' piu' frequente nel periodo successivo al contagio
e nelle fasi piu' avanzate della malattia. Questo test
attualmente non viene piu' eseguito, in quanto superato
per sensibilita' dalla ricerca dell'RNA virale.
Viremia (HIV-RNA)
Consente di ricercare molecole di RNA virale, la
cui quantita' nel sangue e' direttamente proporzionale
al grado di attivita' replicativa del virus. La viremia
viene espressa in numero di copie di HIV-RNA per ml; ci
sono vari tipi di test che possono essere utilizzati per
la determinazione della viremia:
Q-PCR (Quantitative Polymerase Chain Reaction): noto con
il nome di Amplicore Monitor Test (Roche), e' la
metodica piu' diffusa, ed ha un range di sensibilita'
tra 300 e 1.000.000 di copie; e' stato inoltre
sviluppato, sempre dalla Roche, un test definito
UltraSensitive, in quanto arriva a misurare fino a 20
copie/ml;
bDNA (branched-chain DNA): sviluppato dalla Chiron, ha
una sensibilita' che varia dalle 50 alle 500.000 copie;
NASBA (Nucleid Acid Sequence-Based Amplification):
sviluppato dalla Organon Teknika, e' il test solitamente
meno utilizzato, ed ha una soglia inferiore di 80 copie.
Nella pratica clinica questo test viene oggi impiegato
principalmente per due scopi: la stadiazione
dell'infezione ed il monitoraggio della risposta alla
terapia antiretrovirale. Viene anche utilizzato per la
diagnosi precoce di infezione in particolari situazioni,
quali le esposizioni accidentali negli operatori
sanitari e la trasmissione materno-fetale.
-
Isolamento virale
E' la
metodica piu' importante per dimostrare la presenza di
una infezione virale, ma nella pratica clinica non viene
utilizzata a causa del costo elevato e delle difficolta'
operative che richiedono la presenza di un laboratorio
molto specializzato. L'isolamento virale oggi viene
impiegato essenzialmente a fini di ricerca
- Negli ultimi due anni
sono stati fatti notevoli ed entusiasmanti passi avanti
nella terapia dell'infezione da HIV. Cio' che ha reso
possibile questo miglioramento puo' essere riassunto nei
seguenti punti:
- una migliore comprensione della patogenesi dei danni
prodotti dall'HIV;
- la possibilita' di determinare la carica virale, e di
avere cosi' un parametro diretto della effettiva
replicazione virale;
- la disponibilita' di nuovi farmaci con una potente
attivita' antiretrovirale;
- la comprensione della necessita' di utilizzare
combinazioni terapeutiche con piu' farmaci
contemporaneamente.
La Conferenza Mondiale sull'infezione da HIV tenutasi a
Vancouver, Canada, nel 1996, e' diventata una pietra
miliare nella storia della malattia, in quanto per la
prima volta vennero mostrati i risultati delle nuove
combinazioni terapeutiche, e per la prima volta si
arrivo' ad ipotizzare la possibilita' di eradicare
l'infezione. Il motto coniato dal Dott. David Ho, "Hit
Early, Hit Hard", cioe' "Colpisci presto, colpisci
forte", ha modificato radicalmente l'atteggiamento
terapeutico nei confronti dell'infezione, portando ad
iniziare la terapia piu' precocemente di quanto non
venisse fatto in passato. Il razionale di questa
strategia consiste nell'iniziare il prima possibile la
terapia in modo da bloccare la replicazione virale
quando il sistema immunitario e' ancora efficiente e
quindi in grado di recuperare pienamente le sue
funzioni, e prima che insorgano mutazioni nella
popolazione virale in grado di indurre resistenza alla
terapia stessa.
Nella pratica clinica questa teoria si scontra con altri
aspetti:
- la difficile tollerabilita' dei farmaci, i quali
possono provocare effetti collaterali che ne richiedono
la sospensione e che richiedono un impegno notevole da
parte del paziente per rispettare le dosi e le modalita'
di assunzione;
- la possibile insorgenza di resistenze, in grado di
rendere inefficace l'azione dei farmaci;
- la difficile penetrazione dei farmaci in vari
distretti dell'organismo, i cosidetti santuari, nei
quali pertanto il virus non puo' essere aggredito.
Per tali motivi oggi si ritiene che l'eradicazione
dell'infezione non sia realizzabile con gli strumenti
attualmente a disposizione, mentre si pensa che un
obiettivo raggiungibile possa essere quello di
cronicizzare l'infezione, cioe' di arrestarne
l'evoluzione a tempo indeterminato.
Sono attualmente disponibili in Italia 10 farmaci
antiretrovirali appartenenti a tre diverse classi
farmacologiche, ognuna con un diverso meccanismo
d'azione. Tutti questi farmaci non sono in grado di
uccidere il virus, ma agiscono bloccandone la
replicazione. Tali farmaci pertanto non sono attualmente
curativi, ed i apzienti in trattamento, anche se hanno
una carica virale non rilevabile nel sangue, devono
comunque ritenersi sempre potenzialmente infettanti.
-
Inibitori Nucleosidici
della Transcriptasi Inversa (RTI)
- I farmaci appartenenti
a questa classe sono stati i primi ad essere utilizzati
nella terapia dell'infezione da HIV; il capostipite di
questi infatti, la Zidovudina (AZT), e' stata utilizzata
fin dal 1987. I risultati che si ottenevano erano pero'
solo transitori, e questo era dovuto al fatto che il suo
impiego in monoterapia provocava rapidamente
l'insorgenza di resistenze.
Meccanismo d'azione : questi farmaci sono in grado di
inibire il processo di replicazione del virus mediante
il blocco della trascrizione dell'RNA virale in DNA
provirale ; agiscono sostituendosi alle basi azotate
durante la trascrizione, in modo che il DNA provirale
neoformato sia incompleto e quindi incapace di originare
nuove particelle virali.
Inibitori Non-Nucleosidici
della Transcriptasi Inversa (NNRTI)
- In Italia e'
attualmente registrato un solo farmaco appartenente a
questa classe
Meccanismo d'azione: anche questi, come i farmaci della
classe precedente, sono inibitori della transcriptasi
inversa, ma agiscono con un meccanismo diverso: si
legano direttamente al sito attivo della transcriptasi,
bloccandone l'azione ed impedendo cosi' che avvenga la
formazione del DNA provirale
-
Inibitori delle Proteasi (IP)
- Sono i farmaci che
hanno radicalmente modificato l'impatto della terapia
antiretrovirale, essendo caratterizzati da una potente
attivita' di blocco della replicazione virale.
Meccanismo d'azione : questi farmaci agiscono
nell'ultima fase del ciclo replicativo dell'HIV,
inibendo la proteasi virale, un enzima che permette la
maturazione delle nuove particelle virali rendendole a
loro volta infettanti.
- Il motivo principale
dell'insuccesso di una terapia e' dovuto alla insorgenza
di resistenza ai farmaci; cio' succede quando il virus
va incontro a delle mutazioni della propria struttura
genetica che gli permettono di "sfuggire" all'azione del
farmaco. Poicha' le mutazioni compaiono durante la
replicazione, e' evidente che la loro insorgenza e' la
diretta conseguenza di una incompleta soppressione dell'attivita'
virale, quale si verifica per esempio in caso di
assunzione scorretta della terapia o di inadeguatezza
della stessa . Per ridurre il rischio che cio' accada
sono essenziali due fattori:
- utilizzare piu' farmaci in combinazione fra loro;
- ottimizzare l'aderenza del paziente alla terapia.
-
Terapia con piu' farmaci
- L'impiego di una
terapia di combinazione con farmaci diversi consente di
aggredire il virus da piu' parti, riducendo cosi' la
possibilita' che questo possa andare incontro a
mutazioni e quindi a sviluppare resistenza . Vari studi
hanno evidenziato la diversa efficacia clinica e
virologica della monoterapia comparata con l'impiego di
almeno 2 o 3 farmaci. Il primo studio che ha mostrato la
superiorita' della triplice terapia e' stato l'ACTG 320;
questo studio ha dimostrato che la combinazione
AZT-3TC-IDV e' molto piu' efficace dei soli AZT-3TC nel
sopprimere la replicazione virale, anche in pazienti in
fase avanzata di infezione.
-
Aderenza al trattamento
- Dipende da vari
fattori:
- Compliance: gli schemi terapeutici della terapia
combinata richiedono l'assunzione di numerose compresse
al giorno (anche piu' di 15!), ma soprattutto richiedono
una particolare attenzione alle modalita' di
somministrazione; infatti ogni farmaco va preso ad orari
fissi stando attenti a non saltare le dosi, ed inoltre
alcuni vanno presi a stomaco pieno ed altri a digiuno.
- Durata: la terapia va proseguita a tempo
indeterminato, per cui il paziente in trattamento con
antiretrovirali deve considerarsi come un malato cronico
che deve assumere costantemente i farmaci per prolungare
la sopravvivenza. L'interruzione della terapia comporta
infatti invariabilmente la ripresa della replicazione
virale e quindi della progressione dell'infezione.
- Tossicita': l'ostacolo principale all'aderenza alla
terapia per periodi prolungati e' comunque rappresentato
dalla tossicita' dei farmaci, i quali possono provocare
vari effetti collaterali che possono obbligare alla
sospensione del trattamento, anche in presenza di un
beneficio clinico. In tal caso va tenuta presente una
regola generale: in caso di intolleranza o di
tossicita' e' sempre meglio sospendere del tutto la
terapia piuttosto che assumere i farmaci a dosaggio
ridotto. Cio' infatti, per quanto gia' visto in
precedenza, potrebbe favorire l'insorgenza di
resistenze.
-
I test di
Resistenza
- Il problema delle
resistenze ai farmaci e' pertanto il principale motivo
di insuccesso di una terapia antiretrovirale. In
pazienti che abbiano fallito una terapia sarebbe percio'
importante poter avere la possibilita' di determinare in
modo esatto a quali farmaci il virus e' diventato
resistente.
Attualmente sono in fase di uso sperimentale due diversi
tipi di test per la determinazione della resistenza
dell'HIV ai farmaci antiretrovirali. Tali test, non
ancora ufficialmente approvati dall'FDA, se usati
correttamente in determinati casi sono in grado di
migliorare l'efficacia della terapia.
I due tipi di test si chiamano test di resistenza virale
genotipico e fenotipico.
-
Test genotipico
- Il genoma dell'HIV,
l'RNA virale, e' costituito da diversi geni, ognuno dei
quali e' a sua volta costituito da una specifica
sequenza di nucleotidi. Modificazioni di questa sequenza
sono definite mutazioni. Mutazioni a livello dei geni
che codificano per la produzione degli enzimi deputati
alla replicazione virale, la transcriptasi inversa (RT)
e la proteasi (PR), possono indurre resistenza ai
farmaci che agiscono su questi enzimi (RTI e NNRTI per
il primo, inibitori della proteasi per il secondo). I
test genotipici sono progettati per determinare la
presenza di variazioni della sequenza nucleotidica in
questi geni, e si basano sulle tecniche di
amplificazione genica (PCR) usate anche per la
determinazione della carica virale.
-
Test fenotipico
Questo test e' in grado di saggiare l'efficacia
dei farmaci direttamente su virus coltivati in
laboratorio, nei quali siano stati "trapiantati" i geni
RT e PR del virus del paziente. Questo test e' molto
piu' lungo e complesso da eseguire, ma fornisce
risultati in teoria piu' vicini alla realta', ed e' in
grado di determinare la presenza di una resistenza ad un
certo farmaco anche se non e' ancora nota la particolare
mutazione che induce quella resistenza.
Cio' che ancora limita un estensivo impiego di tali
metodiche e' la mancanza di una interpretazione sicura e
standardizzata dei risultati. Tuttavia alcuni studi
hanno dimostrato che l'impiego di questi test,
unitamente alla consulenza di un esperto nella loro
interpretazione, erano in grado di rendere piu' efficace
la terapia antiretrovirale. In particolare questi
test potrebbero essere utili soprattutto in alcune
circostanze:
- nella scelta di un regime terapeutico quando siano
state fallite terapie precedenti;
- nella scelta del regime iniziale di trattamento,
soprattutto quando vi sia il sospetto che il paziente
sia stato infettato con un virus gia' resistente.
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