Federico Emiliano Ghio (Infermiere Busnago Soccorso)
Simone Della Torre (Soccorritore-Istruttore Busnago Soccorso)
Criteri diagnostici per l’ARDS
Questa sindrome ha ricevuto negli anni diverse
definizioni: polmone umido, polmone da shock, edema polmonare da lesione
capillare. Tra le diverse denominazioni, si è imposto negli anni il termine
"Acute Respiratory Distress Syndrome". L'ARDS interessa sia pazienti
pediatrici che in età adulta.
Nella classificazione proposta dall'American European
Consensus Conference on ARDS nel 2000, la diagnosi viene posta secondo i
seguenti criteri:
- Insorgenza acuta
- PaO2/FiO2 < 200 indipendentemente dal livello di PEEP
- Infiltrati polmonari bilaterali (dopo 12-24 ore)
- Compliance < 30 ml/cm H2O
- PCWP < 18 mmHg
- Evocata da "evento catastrofico" (trauma, chirurgia,
ecc.)
L’ARDS non rappresenta una malattia a primitivismo
polmonare, ma una complicanza che ha luogo quando altri stati patologici
generano una forma severa e progressiva di risposta infiammatoria sistemica.
Il processo infiammatorio coinvolge i polmoni, condizionando l’accumulo
-fino all'obliterazione- di eritrociti, leucociti e frammenti proteinacei
all'interno degli spazi aerei alveolari. Si ritiene che il consolidamento
polmonare sia determinato da un'attivazione sistemica dei neutrofili
circolanti: questi aderiscono all'endotelio vascolare nei capillari
polmonari e rilasciano poi il contenuto dei loro granuli citoplasmatici
(enzimi proteolitici e metaboliti tossici dell’ossigeno) causando danno
endoteliale con conseguente essudazione di natura lesionale all'interno dei
capillari del parenchima polmonare. I neutrofili ed altri mediatori
dell'infiammazione possono quindi accedere al parenchima polmonare e
proseguire il processo infiammatorio.
Il quadro clinico dell'ARDS è caratterizzato da una grave
condizione di infiammazione polmonare, condizionante ipossiemia nonostante
l'utilizzo di elevate percentuali di FiO2. A ciò si associa un'alterazione
del rapporto ventilazione/perfusione secondario ad uno shunt polmonare
destro-sinistro. La diminuzione della compliance polmonare è dovuta
all'accumulo di fluidi extravascolari.
L'ipercapnia e l'ipertensione polmonare complicano spesso
sia l'ARDS che l'ALI. I fattori predisponenti allo sviluppo di ARDS sono
rappresentati da politrauma, sepsi, ab-ingestis, ustioni, polmoniti,
intossicazioni. La diagnosi differenziale viene posta con l'edema polmonare
cardiogeno (pressione di incuneamento polmonare > 18 mmHg) e l'Acute Lung
Injury (ALI).
Per quanto attiene la diagnosi di ALI -Acute Lung Injury-,
la stessa viene posta in presenza di:
- Insorgenza acuta
- PaO2/FiO2 < 300
- Infiltrati polmonari bilaterali (dopo 12-24 ore)
- Compliance < 30 ml/cm H2O
- PCWP < 18 mmHg
- Evocata da "evento catastrofico" (trauma, chirurgia,
ecc.)
Il trasporto del paziente con ALI/ARDS
I semplici ventilatori volumetrici -normalmente impiegati
sui mezzi di soccorso- non sono in grado di garantire una gestione sicura
dei soggetti affetti da ALI/ARDS. Senza dubbio, la possibilità di disporre
di un ventilatore da terapia intensiva, a bordo dell’Unità Mobile di
Rianimazione o dell'eliambulanza/aeroambulanza, rappresenta il
gold-standard per il trattamento di questi pazienti. Il limite di
tali strumenti è rappresentato dagli elevati costi di acquisto, dalle
dimensioni e dall'impossibilità - nella maggior parte dei casi- di disporre
di carrelli e/o sistemi di ritenuta omologati che mettano al riparo
l’operatore non solo da problematiche di tipo clinico logistico ma anche di
natura medico-legale. Occorre del resto sottolineare che durante il
trasporto non possono essere adottate tecniche speciali come la pronazione e
la ventilazione con ossido nitrico.
Il cambio del ventilatore rappresenta uno dei momenti più
difficili del trasporto: la possibilità che il paziente si disadatti, la
perdita della PEEP e la diversa risposta del ventilatore al paziente (anche
a parità di strategia ventilatoria) esitano spesso nel deterioramento degli
scambi respiratori ed in un aumentato rischio di complicanze e mortalità.
Secondo Villa et al. nel testo "Tecniche di ventilazione artificiale"
[1]
è prevista la possibilità di connettere il paziente al ventilatore,
utilizzato per un tempo ragionevole prima dell'inizio del trasferimento,
verificando con emogasanalisi seriate ed esami radiografici l'efficacia
della terapia impostata. Tuttavia, ancora troppo spesso, tale approccio non
viene o non può essere adottato con la conseguente predisposizione ad eventi
avversi durante il viaggio.
La mancata disponibilità di ventilatori da terapia
intensiva impone di accettare un mediocre controllo degli scambi adottando
modalità ventilatorie che si configurano ben al di fuori del concetto di
ventilazione protettiva, introdotto da Amato et al. nel 1998
[2];
non solo, spesso, tale approccio fallisce generando aggravi delle condizioni
cliniche.
In ultimo è stato dimostrato come il trasporto di questi
pazienti da parte di personale non specificamente addestrato si traduca in
un outcome sfavorevole
[3].
L'intervento di un equipe specialistica in grado di
avviare l'ECMO o la pECLA al luogo di partenza, dovrebbe essere presa in
considerazione quando l'approccio standard fallisce ed il paziente versa in
condizioni di grave instabilità cardiorespiratoria.
L'assistenza clinica durante il trasporto deve essere
assicurata tramite una corretta dotazione strumentale ed un
equipe specificatamente addestrata alla gestione di questi pazienti.
Per quanto concerne l'aspetto ventilatorio, giova
ricordare che la perdita della PEEP può essere evitata serrando il tubo con
una pinza retta mentre il paziente viene connesso al ventilatore da
trasporto. Un sistema di aspirazione delle secrezioni a circuito chiuso
impedirà ulteriori perdite di pressione. Il problema dell'auto-trigger è
frequente quando vengono utilizzate modalità di ventilazione assistite
(BIPAP) con valori di trigger a flusso particolarmente bassi (da 1 a 3
l/min). L'attivazione automatica del trigger è generalmente dovuta
all'oscillazione del circuito ventilatorio, meno frequente alle vibrazioni
prodotte dall'elicottero o da un ambulanza su fondo stradale in buone
condizioni. Rendere il circuito stabile (evitando di sospenderlo tra
paziente e ventilatore e facendolo decorrere a lato del paziente o sul
torace dello stesso) consentono l'utilizzo di un trigger adeguato al
paziente senza complicazioni: quando tale provvedimento non risulta
sufficiente, è possibile innalzare la soglia del trigger di 1 l/min e
verificare il risultato. Il circuito del ventilatore deve essere sterile per
prevenire l'insorgenza di VAP (Ventilator Associated Pneumoniae).
Il monitoraggio deve comprendere: ECG, pressione
arteriosa cruenta, pressione arteriosa non cruenta (da utilizzare come
back-up), EtCO2, SpO2%. In caso sia presente un catetere di Swan-Ganz,
questo deve essere retratto in prossimità dell'atrio destro, istituito il
monitoraggio dell'onda ed opportunamente fissato per impedirne la
dislocazione durante il trasporto. La temperatura vescicale o esofagea deve
essere monitorizzata in continuo, specialmente quando vengono intraprese
metodiche di ossigenazione/rimozione CO2 extracorporee. Gli accessi
vascolari per l'ECMO o l'iLA devono essere prontamente accessibili: durante
l’utilizzo dell'iLA deve essere prevista la presenza di due pinze rette in
materiale plastico per clampare il sistema in caso di arresto cardiaco o
grave ipotensione.
Il presidio più indicato per il trasporto sembra essere
il materasso a depressione, che garantisce miglior confort al paziente e
maggiore assorbimento delle vibrazioni. La possibilità di ottenere dati
emogasanalitici durante il trasporto deve essere considerata per pazienti
particolarmente compromessi o per viaggi di durata superiore alla mezz'ora.
Un centro mobile di rianimazione di back-up deve seguire la prima ambulanza
quando si prevede il trasporto di pazienti particolarmente instabili.
Invariate le già note raccomandazioni in termini di disponibilità di
alimentazione elettrica, batterie di scorta, gas medicali, ecc.
Centralizzazione
I pazienti con ALI/ARDS, che non rispondono alla terapia standard,
dovrebbero essere avviati a centri ad alta specializzazione in grado di
istituire terapie come l’ossigenazione extracorporea. Ad oggi in Italia
non esiste un network relativo alla gestione dei pazienti affetti da
ARDS/ALI refrattaria, con conseguenti
ritardi ed outcome sfavorevoli dovuti all'assenza di
una corretta centralizzazione basata su criteri specifici.
Bibliografia:
Villa GF, Raimondi M in Torri G, Calderini E “Tecniche di
ventilazione artificiale” – Edizioni Fogliazza, Milano, 2000 – PP
285-286
Bellingan
G, Olivier T, Batson S, Webb A "Comparison of a specialist retrieval
team with current UK
practice for the transport of critically ill patients" Int Care Med,
2000;26:740-744